Comprensione del testo: esercizi
Test d'ingresso · 32 domande con la spiegazione
Questi esercizi seguono il programma di una prova sola: Test d'ingresso Psicologia (TOLC-PSI). Per un altro test coprono solo una parte degli argomenti.
Vai alle domandeChe cosa ti chiedono
L'idea centrale
Domande che chiedono di riconoscere la tesi del brano o la sintesi che lo rappresenta meglio, distinguendola dai particolari e dalle affermazioni troppo generiche.
Ripasso in breve
L'idea centrale è ciò che resterebbe del brano se lo si dovesse riassumere in una frase: la tesi a cui tutti i capoversi, ciascuno a suo modo, contribuiscono. Per individuarla conviene chiedersi, alla fine della lettura, che cosa l'autore voglia far capire o far credere, e verificare che la risposta tenga insieme l'inizio, lo sviluppo e la conclusione.
Spesso la tesi è enunciata in apertura e ripresa, con qualche precisazione, nell'ultimo capoverso; quando il testo comincia con un esempio o con un'opinione che poi viene corretta, sta invece più avanti, di solito dopo un «ma» o un «tuttavia». Le risposte sbagliate seguono schemi ricorrenti.
C'è quella troppo particolare, che riporta fedelmente un dettaglio o un esempio ma non copre il resto; quella troppo generale, che varrebbe per cento testi diversi sullo stesso tema; quella che attribuisce all'autore l'opinione che egli sta discutendo o respingendo; quella che spinge la tesi oltre ciò che il testo afferma, trasformando uno «spesso» in un «sempre».
Un buon controllo consiste nel domandarsi se l'autore, leggendo la frase scelta, la sottoscriverebbe per intero e la riconoscerebbe come il cuore del suo discorso.
Le informazioni esplicite
Domande che chiedono di ritrovare un dato, un fatto o un'affermazione che il brano contiene alla lettera o con parole poco diverse.
Ripasso in breve
Sono le domande in cui la risposta è scritta nel brano: non va dedotta, va ritrovata. La difficoltà non sta nel ragionamento ma nella precisione, perché le opzioni riprendono le parole del testo cambiando un particolare: un soggetto, un rapporto di causa, una quantità, un «prima» che diventa «dopo».
Il metodo più sicuro è tornare al punto del brano a cui la domanda si riferisce e rileggerlo per intero, senza fidarsi del ricordo della prima lettura, che tende a conservare il senso generale e a perdere proprio i dettagli su cui la domanda fa leva. La risposta giusta di rado ripete le parole del testo: più spesso le riformula, e riconoscere che due frasi diverse dicono la stessa cosa fa parte della prova.
Gli errori tipici sono tre: scegliere un'affermazione vera in generale, o comunque plausibile, che però il brano non contiene; scegliere un'affermazione che il brano contiene ma riferisce ad altro, o attribuisce a qualcuno di cui sta soltanto riportando l'opinione; fermarsi alla prima opzione che contiene una parola familiare senza leggere le altre. Le domande formulate con un «non» richiedono di controllare le opzioni una per una.
Le inferenze
Domande su ciò che il brano non dice apertamente ma che ne segue: conclusioni implicite, presupposti, conseguenze logiche di un'affermazione.
Ripasso in breve
Un'inferenza è una conclusione che il brano non enuncia ma autorizza: se le affermazioni del testo sono vere, deve esserlo anch'essa. È questo il criterio che distingue l'inferenza corretta dalla semplice congettura, che è compatibile con il testo senza esserne garantita. Rientrano in questo gruppo le domande sulle conseguenze di un'affermazione, sui presupposti che l'autore dà per scontati e sui casi ipotetici, nei quali si chiede che cosa accadrebbe cambiando una delle condizioni descritte.
Il procedimento è sempre lo stesso: individuare le frasi del brano da cui la conclusione dovrebbe discendere e controllare che il passaggio non richieda informazioni aggiunte dal lettore. L'errore più frequente nasce proprio dalle conoscenze personali: un'opzione vera, o ragionevole, viene scelta benché il brano non offra elementi per sostenerla.
Altri distrattori esagerano la portata del testo, passando da alcuni casi a tutti o da una possibilità a una certezza, oppure rovesciano un rapporto di causa ed effetto. Quando due opzioni sembrano entrambe sostenibili, quella giusta è di norma la più prudente: afferma di meno, ma ciò che afferma si può dimostrare riga per riga.
Il lessico nel contesto
Domande sul significato che una parola, un'espressione o una metafora assume in un punto preciso del brano.
Ripasso in breve
Queste domande non chiedono la definizione che una parola ha nel vocabolario, ma il senso che assume in quel punto del brano. Molte parole comuni hanno più significati, e il testo ne attiva uno solo: «fatale» può voler dire mortale oppure inevitabile, «critico» severo oppure decisivo.
Il metodo consiste nel rileggere la frase intera, e spesso anche quella che precede e quella che segue, per poi provare a sostituire la parola con ciascuna delle opzioni: quella giusta lascia intatto il senso del periodo e resta coerente con il ragionamento dell'autore. Lo stesso vale per le espressioni figurate e per le metafore, il cui valore dipende da ciò che il testo sta sostenendo e che di solito viene chiarito poche righe prima o dopo.
L'errore tipico è scegliere il significato più frequente della parola, o quello letterale di un'espressione usata in senso figurato, senza controllare se nel contesto funzioni. Un secondo errore è lasciarsi guidare dalla somiglianza di suono o di radice fra la parola del testo e una delle opzioni.
Quando il termine è sconosciuto, il contesto basta quasi sempre a escludere almeno tre alternative.
Struttura del testo e intenzione dell'autore
Domande sulla funzione di una frase o di un capoverso nel ragionamento, sul modo in cui il brano è costruito e sullo scopo o sull'atteggiamento di chi scrive.
Ripasso in breve
Qui non conta che cosa una frase dice, ma che cosa fa: introduce la tesi, porta un esempio, anticipa un'obiezione, la confuta, limita la portata di un'affermazione, trae una conseguenza. Per rispondere occorre avere chiaro lo schema dell'intero brano e il posto che il passaggio vi occupa; aiuta ricostruire in poche parole il compito di ogni capoverso.
I connettivi sono gli indizi più affidabili: «infatti» annuncia una prova, «tuttavia» una correzione, «dunque» una conclusione, «inoltre» un argomento che si aggiunge, «per esempio» un caso particolare a sostegno di un'idea generale. Le domande sull'intenzione e sull'atteggiamento dell'autore richiedono in più di notare le scelte di tono: una concessione come «è vero che» segnala che chi scrive riconosce una parte di ragione alla posizione che discute, senza per questo farla propria.
Gli errori ricorrenti sono confondere il contenuto di un passaggio con la sua funzione, scegliendo l'opzione che ne ripete l'argomento; attribuire all'autore una posizione più netta di quella che esprime, di rifiuto totale o di adesione completa; e prendere per tesi del brano l'opinione che esso riporta soltanto per metterla in discussione.
Lingua e grammatica nel testo
Domande sulla lingua del brano: la funzione di un connettivo, il riferimento di un pronome, il valore di un tempo o di un modo verbale, il rapporto fra principale e subordinata, il sinonimo adatto al contesto.
Ripasso in breve
Queste domande riguardano il modo in cui il testo è costruito frase per frase: i connettivi, i pronomi, i tempi e i modi dei verbi, i legami fra principale e subordinate, la scelta delle parole. Non richiedono di recitare regole, ma di riconoscere che cosa una forma fa in quel punto.
Per un connettivo ci si chiede quale relazione stabilisce fra ciò che precede e ciò che segue: contrasto, causa, conseguenza, aggiunta, correzione; la prova più semplice è sostituirlo con un altro di valore noto e vedere se il senso regge. Per un pronome si cerca l'antecedente tenendo conto di genere e numero, ma soprattutto del senso, ricordando che «ne», «lo» e «ciò» possono riprendere un'intera frase o un intero passaggio.
Per i verbi conta il valore nel contesto: il condizionale può riferire un'opinione altrui, esprimere la conseguenza di un'ipotesi non realizzata o indicare un futuro visto dal passato; l'imperfetto può descrivere un'abitudine. Nelle subordinate implicite, con il gerundio, il participio o l'infinito, il rapporto va ricavato dal significato e da eventuali segnali come «pur» (concessione) o «per» (fine).
Gli errori tipici sono attribuire a una forma il suo valore più frequente senza rileggere la frase, e collegare il pronome al nome più vicino anziché a quello che dà senso.
Gli esercizi
Tocca la risposta che ti sembra giusta: vedi subito se lo è, e perché.
Prima le domande che trovi solo qui. In fondo, con il segno «anche nella simulazione 1» o «anche nella prova rapida», le 10 che stanno anche nella simulazione della prova.
Brano 1: Il pascolo di tutti
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Brano: Il pascolo di tutti
Nel 1968 il biologo americano Garrett Hardin pubblicò un articolo destinato a una fortuna straordinaria. Vi si immaginava un pascolo aperto a tutti gli allevatori di un villaggio. Ciascuno, ragionava Hardin, ha interesse ad aggiungere un animale alla propria mandria: il guadagno è tutto suo, mentre il danno, cioè l'erba consumata, si divide fra tutti. Poiché ognuno fa lo stesso calcolo, il pascolo finisce distrutto, a danno di tutti e senza che nessuno abbia agito da sciocco. Hardin chiamò questo esito «tragedia», nel senso che la parola ha a teatro: non una semplice sventura, ma una rovina verso cui si procede inesorabilmente. La conclusione che ne fu tratta, da lui e da molti dopo di lui, era netta: una risorsa comune si salva solo affidandola a proprietari privati oppure sottoponendola al controllo dello Stato.
Il ragionamento è rigoroso, ma poggia su premesse che di rado vengono dichiarate. Gli allevatori di Hardin non si parlano, non possono accordarsi né controllarsi a vicenda, e il loro pascolo è aperto a chiunque. Più che un bene comune, è una terra di nessuno.
Fu la politologa Elinor Ostrom a mostrare quanto questa differenza conti. Invece di partire da un modello, raccolse per decenni casi reali: pascoli d'alta quota in Svizzera, sistemi d'irrigazione in Spagna, foreste, zone di pesca. Scoprì che molte comunità gestiscono risorse comuni da secoli senza esaurirle, e senza che siano mai state privatizzate o statalizzate. Non accade per virtù degli abitanti, ma grazie a regole che essi stessi si sono dati: confini chiari su chi ha diritto di usare la risorsa, limiti proporzionati a ciò che essa può dare, una sorveglianza reciproca, sanzioni graduali per chi sgarra, modi rapidi per risolvere le liti. Dove queste condizioni mancano, la gestione comune fallisce davvero. Per questi studi Ostrom ricevette nel 2009 il premio Nobel per l'economia.
Sarebbe sbagliato concluderne che Hardin avesse torto e basta. La sua tragedia descrive bene le risorse che nessuna comunità riesce a delimitare, come l'atmosfera o i mari aperti. Il suo errore fu scambiare un caso per la regola, presentando come una necessità logica ciò che dipende dalle circostanze. E la lezione di Ostrom non è che le comunità facciano sempre meglio dei mercati o dei governi, ma che fra i due esiste una terza possibilità, che il modello non vedeva perché l'aveva esclusa in partenza.
1. Qual è la tesi sostenuta nel brano?
- ALe risorse comuni si salvano soltanto affidandole a un privato oppure al controllo dello Stato.
- BLe comunità locali gestiscono le risorse sempre meglio di quanto facciano mercati e governi.
- CGli studi di Ostrom sui beni comuni le hanno valso, nel 2009, il premio Nobel per l'economia.
- DLa rovina dei beni comuni non è inevitabile: dipende da condizioni che regole condivise possono cambiare.
- EI modelli teorici non servono a capire come le società umane usano le risorse naturali.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: D
Il brano espone il ragionamento di Hardin, ne mette in luce le premesse non dichiarate e, con Ostrom, mostra che dove esistono regole condivise la rovina non si verifica: la «tragedia» è un caso, non una necessità. L'opzione sulle comunità che fanno «sempre meglio» è smentita in modo esplicito dall'ultimo capoverso; quella sulla scelta fra privato e Stato è la conclusione che il brano critica.
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2. Quale delle seguenti regole NON figura, nel brano, fra quelle che le comunità studiate da Ostrom si sono date?
- ALimiti d'uso commisurati a ciò che la risorsa può offrire.
- BCompensi in denaro per chi rinuncia a usare la propria parte.
- CUn controllo esercitato dagli utenti gli uni sugli altri.
- DPunizioni via via più severe per chi viola gli accordi.
- EProcedure rapide per comporre i contrasti fra gli utenti.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: B
Il terzo capoverso elenca: confini chiari su chi ha diritto di usare la risorsa, «limiti proporzionati a ciò che essa può dare», «una sorveglianza reciproca», «sanzioni graduali per chi sgarra», «modi rapidi per risolvere le liti». Le quattro opzioni sbagliate riformulano altrettante voci dell'elenco; di compensi in denaro il brano non parla. La difficoltà sta nel riconoscere le regole sotto parole diverse, come «punizioni via via più severe» per «sanzioni graduali».
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3. Mettendo in relazione il terzo e l'ultimo capoverso, perché la «tragedia» di Hardin descrive bene il caso dell'atmosfera?
- APerché è una risorsa inesauribile, e nessuno ha quindi interesse a darsi delle regole.
- BPerché appartiene già agli Stati, che non permettono alle comunità di gestirla.
- CPerché Ostrom ha studiato soltanto pascoli, foreste, zone di pesca e canali d'irrigazione.
- DPerché chi la usa agisce da sciocco, a differenza degli allevatori immaginati da Hardin.
- EPerché non si può delimitare chi la usa, e manca così una delle condizioni indicate da Ostrom.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: E
L'ultimo capoverso dice che la tragedia di Hardin descrive bene «le risorse che nessuna comunità riesce a delimitare, come l'atmosfera»; la prima regola elencata da Ostrom riguarda proprio i «confini chiari su chi ha diritto di usare la risorsa», e il testo aggiunge che dove le condizioni mancano «la gestione comune fallisce davvero». Collegando i due punti, per l'atmosfera manca in partenza una delle condizioni del successo. Il brano non dice che sia una risorsa inesauribile: al contrario, la porta come esempio di ciò che può essere rovinato.
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4. Nel secondo capoverso, definendo il pascolo di Hardin «una terra di nessuno», l'autore intende dire che:
- Aè un terreno abbandonato perché troppo povero per essere coltivato.
- Bè una zona di confine che due villaggi vicini si contendono da tempo.
- Cè un terreno che lo Stato ha tolto ai privati per destinarlo a tutti.
- Dè un luogo immaginario, che non corrisponde ad alcun pascolo reale.
- Eè una risorsa priva di regole e di una comunità che se ne occupi.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: E
La frase segue l'elenco di ciò che manca agli allevatori di Hardin: non si parlano, non possono accordarsi né controllarsi, e il pascolo «è aperto a chiunque». «Terra di nessuno» si oppone quindi a «bene comune»: non una risorsa di tutti, governata da chi la usa, ma una risorsa di cui nessuno risponde. Che il pascolo sia immaginario è vero, ma non è ciò che l'espressione vuol dire in questo punto.
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5. Quale atteggiamento assume l'autore nei confronti di Hardin nell'ultimo capoverso?
- ALo respinge del tutto, giudicando il suo ragionamento privo di rigore logico.
- BLo difende dalle critiche di Ostrom, che considera fondate su pochi casi.
- CNe riconosce la validità in certi casi, ma gli rimprovera di aver generalizzato.
- DLo ritiene superato, poiché il premio Nobel è stato assegnato a Ostrom.
- EEvita di prendere posizione, limitandosi a esporre le due tesi a confronto.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: C
L'ultimo capoverso comincia con «Sarebbe sbagliato concluderne che Hardin avesse torto e basta» e gli riconosce di descrivere bene risorse come l'atmosfera; subito dopo indica il suo errore: «scambiare un caso per la regola». È un giudizio che distingue, non un rifiuto totale (il ragionamento è anzi detto «rigoroso»); e non è neutrale, perché l'errore viene nominato con chiarezza.
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6. La seconda frase del brano è: «Vi si immaginava un pascolo aperto a tutti gli allevatori di un villaggio». A che cosa rimanda «Vi»?
- AAl villaggio in cui vivono gli allevatori.
- BAll'articolo pubblicato da Hardin nel 1968.
- CAl pascolo su cui gli animali brucano l'erba.
- DAi lettori ai quali il brano si rivolge.
- EAlla fortuna che l'articolo ebbe in seguito.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: B
«Vi» è qui un avverbio di luogo, equivalente a «ci»: «Vi si immaginava» significa «in esso si immaginava», e rimanda all'articolo nominato nella frase precedente, che è ciò in cui il pascolo viene immaginato. Non può riferirsi al villaggio né al pascolo, che compaiono soltanto dopo e sono appunto il contenuto di ciò che si immagina. E non è il pronome «a voi»: il brano non si rivolge mai direttamente ai lettori.
Brano 2: Chi non ha nulla da nascondere
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Brano: Chi non ha nulla da nascondere
«Chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere». La frase ritorna ogni volta che si discute di telecamere, di archivi di dati, di controlli sulle comunicazioni, e ha la forza delle cose che sembrano ovvie. Proprio per questo merita di essere esaminata: regge soltanto finché non si guarda a ciò che dà per scontato.
Il primo presupposto è che la riservatezza serva a coprire qualcosa di male. Ma tutti chiudiamo la porta del bagno, abbassiamo la voce parlando con il medico, non mostriamo a chiunque le lettere che scriviamo: non perché siano colpe, ma perché ogni cosa ha i suoi destinatari. Quello che diciamo a un amico non è un segreto, eppure non è destinato al datore di lavoro. La riservatezza non riguarda ciò che è vergognoso: riguarda la possibilità di decidere chi sa che cosa di noi.
Il secondo presupposto è che a giudicare che cosa sia «da nascondere» sia la persona interessata. Non è così. Chi raccoglie le informazioni stabilisce anche come interpretarle, e lo fa con criteri che possono cambiare: un'opinione, un'abitudine, una malattia oggi indifferenti possono domani interessare a un'assicurazione, a un'azienda, a un governo diverso da quello attuale. I dati, una volta raccolti, restano; le regole su chi può usarli, no.
Il terzo presupposto è che il danno, se c'è, tocchi soltanto chi viene scoperto. Ma sapersi osservati cambia il comportamento di tutti, anche di chi non fa nulla di illecito: si evita di cercare certe informazioni, di frequentare certe persone, di dire ciò che si pensa. Una società in cui ciascuno si sorveglia da sé per prudenza non ha bisogno di vietare niente, ed è per questo meno libera di quanto appaia.
Si obietterà che la sicurezza ha un prezzo, e che un controllo più esteso può prevenire reati gravi. È vero, e nessuno sostiene che ogni controllo sia illegittimo. Ma l'obiezione sposta la questione, non la chiude: se di uno scambio si tratta, occorre dire quanto si cede, a chi, per quanto tempo e con quali garanzie, invece di negare che si stia cedendo qualcosa. La frase da cui siamo partiti fa esattamente questo: chiude la discussione prima che cominci, e trasforma chi chiede conto di un potere in qualcuno che deve giustificarsi.
7. Qual è la tesi dell'autore?
- AOgni forma di controllo sui cittadini è illegittima, perché limita la libertà delle persone oneste.
- BChi rispetta la legge non ha motivo di temere che qualcuno raccolga informazioni sul suo conto.
- CLe informazioni raccolte oggi potranno interessare domani a un'assicurazione o a un'azienda.
- DNelle società contemporanee la tecnologia rende sempre più difficile difendere la vita privata.
- EL'argomento del «nulla da nascondere» poggia su presupposti sbagliati e impedisce una discussione necessaria.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: E
Il primo capoverso annuncia che la frase «regge soltanto finché non si guarda a ciò che dà per scontato»; i tre successivi smontano un presupposto ciascuno, e l'ultimo conclude che essa «chiude la discussione prima che cominci». L'opzione secondo cui ogni controllo è illegittimo va oltre il testo, che dice il contrario («nessuno sostiene che ogni controllo sia illegittimo»).
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8. Secondo il brano, che cosa riguarda propriamente la riservatezza?
- ALa possibilità di decidere chi può sapere che cosa di noi.
- BLa necessità di tenere nascosto ciò di cui ci si vergogna.
- CIl diritto di non rispondere alle domande delle autorità.
- DL'abitudine di non parlare di sé con le persone estranee.
- ELa libertà di comportarsi in privato come meglio si crede.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: A
Il secondo capoverso si chiude così: «La riservatezza non riguarda ciò che è vergognoso: riguarda la possibilità di decidere chi sa che cosa di noi». La stessa frase smentisce l'opzione sulla vergogna, che corrisponde al presupposto criticato dall'autore.
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9. Dal terzo capoverso si può dedurre che una persona convinta, oggi, di non avere nulla da nascondere:
- Aha quasi certamente commesso in passato qualcosa che preferirebbe tenere segreto.
- Bnon può sapere se le informazioni raccolte su di lei resteranno innocue in futuro.
- Cpuò chiedere in qualunque momento che le informazioni raccolte vengano cancellate.
- Dverrà prima o poi danneggiata da un'assicurazione, da un'azienda o da un governo.
- Edecide comunque da sé quali, fra le informazioni che la riguardano, siano rilevanti.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: B
Il terzo capoverso osserva che i criteri con cui le informazioni vengono interpretate «possono cambiare» e che i dati restano mentre le regole su chi può usarli no. Ne segue che ciò che oggi è indifferente potrebbe non esserlo domani, e che l'interessato non può garantirlo. Il testo parla però di una possibilità («possono domani interessare»), non di una certezza: per questo è sbagliata l'opzione secondo cui la persona «verrà prima o poi danneggiata».
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10. Nell'ultimo capoverso si legge che l'obiezione «sposta la questione, non la chiude». Che cosa significa?
- AChe rinvia la discussione a un altro momento, senza entrare nel merito.
- BChe dimostra l'utilità dei controlli e rende superflua ogni discussione.
- CChe riporta il problema alle condizioni dello scambio, senza con ciò risolverlo.
- DChe non riguarda il tema del brano, e quindi può essere messa da parte.
- EChe serve soltanto a cambiare discorso davanti a una domanda scomoda.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: C
Dopo i due punti il testo spiega: «se di uno scambio si tratta, occorre dire quanto si cede, a chi, per quanto tempo e con quali garanzie». L'obiezione, cioè, è accolta («È vero») e trasforma la domanda «il controllo è un problema?» in «a quali condizioni è accettabile?»: la porta su un altro terreno, dove resta aperta. Non è un modo di cambiare discorso, perché l'autore la prende sul serio; e non rende superflua la discussione: al contrario, indica di che cosa si deve discutere.
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11. Nel quarto capoverso l'autore afferma che una società in cui ciascuno si sorveglia da sé «non ha bisogno di vietare niente». Con questa osservazione vuole sostenere che:
- Ain una società davvero libera le leggi non dovrebbero vietare nulla.
- Bi divieti sono più efficaci della sorveglianza nel prevenire i reati.
- Cla prudenza dei cittadini rende superflua ogni forma di sorveglianza.
- Dla mancanza di divieti non basta a dimostrare che le persone siano libere.
- Echi si comporta con prudenza non ha motivo di temere di essere osservato.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: D
Il capoverso descrive persone che, sapendosi osservate, rinunciano da sole a cercare, frequentare, dire: nessuna legge glielo vieta, eppure non lo fanno. La frase conclude che una società così è «meno libera di quanto appaia»: l'apparenza di libertà è appunto l'assenza di divieti, che dunque non basta a provare la libertà reale. L'autore non propone di abolire i divieti né confronta divieti e sorveglianza per efficacia: parla di come si riconosce una società libera.
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12. L'ultimo capoverso comincia con le parole «Si obietterà che la sicurezza ha un prezzo». Che valore ha qui il futuro?
- AAnnuncia una riforma delle leggi attesa nei prossimi anni.
- BEsprime un ordine che l'autore rivolge a chi lo legge.
- CPresenta come soltanto probabile un fatto del presente.
- DRiferisce una critica che l'autore ha già ricevuto.
- EAnticipa un'obiezione che l'autore prevede di ricevere.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: E
Dopo aver discusso i tre presupposti della frase, l'autore mette in conto la replica di chi non è d'accordo: il futuro presenta l'obiezione come prevedibile, e le frasi che seguono («È vero», «Ma l'obiezione sposta la questione») le rispondono. Anticipare una critica per discuterla è un procedimento tipico dei testi argomentativi. Il futuro non esprime qui un ordine, come in «domani verrai con me», né una supposizione sul presente, come in «saranno le otto»; e nulla nel testo dice che la critica sia già stata mossa.
Brano 3: Che cosa cura il placebo
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Brano: Che cosa cura il placebo
Un placebo è una cura priva di principio attivo: una pillola di zucchero, un'iniezione di acqua e sale. Che dopo averla ricevuta molti pazienti dichiarino di stare meglio è un fatto noto da tempo ai medici; meno chiaro è che cosa, esattamente, migliori.
Per decenni si è ripetuto che il placebo gioverebbe a circa un terzo dei malati, quale che sia la malattia. La cifra, tratta da un articolo pubblicato nel 1955 dall'anestesista americano Henry Beecher, era entrata nei manuali quasi senza essere discussa. Quando, all'inizio di questo secolo, due ricercatori danesi riesaminarono oltre cento studi nei quali un gruppo di pazienti aveva ricevuto un placebo e un altro non aveva ricevuto nulla, il quadro apparve assai più modesto: benché i pazienti che avevano ricevuto il placebo riferissero in media un po' meno dolore, i dati rilevati con uno strumento o con un esame restavano sostanzialmente invariati.
Il placebo, dunque, sembra agire non sulla malattia, ma sul modo in cui essa viene vissuta. Non è poco: il dolore, la nausea, la stanchezza sono esperienze, e se un'esperienza cambia, per chi la prova è cambiato qualcosa di reale. Ma sarebbe un errore attendersi da una pillola inerte che riduca un tumore o vinca un'infezione.
Resta da capire che cosa produca l'effetto. La risposta più ovvia è l'inganno: il paziente crede di ricevere un farmaco, e questa convinzione lo fa sentire meglio. Eppure alcuni esperimenti recenti hanno mostrato che un certo beneficio si osserva anche quando al paziente viene detto apertamente che la pillola non contiene nulla. A contare, se ne è concluso, non sarebbe tanto la falsa credenza quanto tutto ciò che accompagna la cura: l'attenzione del medico, il gesto ripetuto di prendere qualcosa, l'attesa di un sollievo.
Se è così, la lezione riguarda meno le pillole di zucchero che la medicina ordinaria. Ogni terapia efficace arriva al malato insieme a un contesto, che può rafforzarne o indebolirne l'effetto. Un medico che ascolta e spiega non sostituisce il farmaco; fa però in modo che questo lavori nelle condizioni migliori.
13. Nel quarto capoverso, che funzione ha il connettivo «Eppure»?
- AIntroduce un fatto che contrasta con la spiegazione appena proposta.
- BIntroduce un esempio che conferma la spiegazione appena proposta.
- CIntroduce la conseguenza logica della spiegazione appena proposta.
- DIntroduce la causa del fenomeno descritto nella frase precedente.
- EIntroduce un'aggiunta che completa l'elenco cominciato prima.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: A
La frase precedente propone la spiegazione «più ovvia»: l'effetto dipenderebbe dall'inganno. «Eppure» ha valore avversativo e apre un dato che non si accorda con essa: il beneficio compare anche quando al paziente si dice la verità. Non può dunque introdurre né una conferma né una conseguenza; lo si potrebbe sostituire con «tuttavia».
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Rileggi il brano
14. Nel secondo capoverso si legge che, dopo il riesame degli studi, «il quadro apparve assai più modesto». Con quale aggettivo si può sostituire «modesto» senza cambiare il senso?
- Aumile
- Briservato
- Ceconomico
- Ddimesso
- Elimitato
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: E
«Modesto» è qui riferito all'effetto del placebo così come risulta dagli studi: meno ampio di quanto si credeva, cioè «limitato». «Umile» e «riservato» sono sinonimi di modesto quando si parla del carattere di una persona, «economico» quando si parla di un prezzo, «dimesso» di un aspetto: significati che la parola può avere, ma non in questa frase.
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Rileggi il brano
15. Nel secondo capoverso si legge che il placebo «gioverebbe» a circa un terzo dei malati. Che valore ha qui il condizionale?
- AEsprime un desiderio dell'autore, che spera in questo effetto.
- BRiferisce un'affermazione altrui, che l'autore non fa propria.
- CIndica un fatto futuro rispetto al momento in cui si scrive.
- DAttenua per cortesia un'affermazione che l'autore condivide.
- EPresenta la conseguenza di una condizione che non si è realizzata.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: B
Il condizionale dipende da «si è ripetuto che»: l'autore riporta una cifra sostenuta da altri e, scrivendo «gioverebbe» invece di «giova», segnala che non la garantisce; il seguito del capoverso infatti la ridimensiona. Nella frase non c'è alcuna condizione da cui il beneficio dipenda: non si tratta dunque di un periodo ipotetico, che è l'uso più frequente di questo modo e perciò il distrattore più insidioso.
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Rileggi il brano
16. Nell'ultimo capoverso si legge: «Ogni terapia efficace arriva al malato insieme a un contesto, che può rafforzarne o indebolirne l'effetto». A che cosa si riferiscono, nell'ordine, «che» e «ne»?
- AAlla terapia e al contesto.
- BAl contesto e al malato.
- CAl malato e alla terapia.
- DAl contesto e alla terapia.
- EAlla terapia e al malato.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: D
«Che» riprende il nome che lo precede immediatamente, «un contesto», ed è il soggetto di «può»: è il contesto a rafforzare o a indebolire. «Ne» equivale a «di essa» e rimanda a «ogni terapia efficace»: l'effetto di cui si parla è quello della terapia. Invertendo i due riferimenti si avrebbe una terapia che modifica l'effetto del contesto, cioè il contrario di ciò che il capoverso sostiene; e di un effetto «del malato» il testo non parla.
Brano 4: Come l'italiano è diventato di tutti
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Brano: Come l'italiano è diventato di tutti
Quando, nel 1861, l'Italia divenne uno Stato, l'italiano era una lingua che quasi nessuno parlava. Lo si scriveva e lo si leggeva, da secoli, nei libri; ma nella vita di ogni giorno la grande maggioranza degli abitanti usava il proprio dialetto, e non conosceva altro. Secondo la stima più nota, quella del linguista Tullio De Mauro, chi sapeva servirsi dell'italiano era allora una piccolissima minoranza; altri studiosi hanno proposto cifre più alte, senza tuttavia rovesciare il quadro.
Si sarebbe portati a credere che a diffondere la lingua comune sia stata la scuola. In parte è vero, ma solo in parte. L'obbligo scolastico, pur essendo stato introdotto presto, rimase a lungo sulla carta: mancavano le aule e i maestri, e in molte famiglie le braccia dei bambini servivano nei campi. A fare dell'italiano una lingua parlata furono piuttosto fenomeni che con l'istruzione avevano poco a che vedere. Le migrazioni verso le città industriali misero fianco a fianco persone che, venendo da regioni lontane, non si sarebbero capite senza un terreno comune. Il servizio militare mescolò giovani di ogni provenienza. Gli uffici dello Stato, i giornali, più tardi la radio e il cinema fecero circolare ovunque le stesse parole.
L'ultima spinta venne dalla televisione, che cominciò le trasmissioni regolari nel 1954. Per la prima volta l'italiano parlato arrivava ogni sera nei bar di paese e poi nelle case, comprese quelle in cui nessuno aveva mai aperto un libro; e vi arrivava non come materia di studio, ma come la lingua in cui si raccontavano le storie e si davano le notizie. Negli anni Sessanta un maestro, Alberto Manzi, insegnò dallo schermo a leggere e a scrivere a molti adulti che da bambini non erano andati a scuola.
Ne derivano due conseguenze, di cui la seconda è meno ovvia della prima. L'italiano di oggi non è il frutto di un programma, ma di spostamenti, incontri e abitudini che nessuno aveva progettato a quel fine. E, poiché si è diffuso attraverso l'uso più che attraverso la grammatica, è una lingua che i suoi parlanti hanno in parte rifatto: più semplice e più varia di quella dei libri da cui era partita.
17. L'ultimo capoverso si apre con le parole «Ne derivano due conseguenze». A che cosa rimanda «ne»?
- AAlle lezioni che Alberto Manzi teneva in televisione per gli adulti.
- BAlla scuola dell'obbligo, di cui si parla nel secondo capoverso.
- CAl modo in cui l'italiano si è diffuso, descritto nei capoversi precedenti.
- DAll'italiano dei libri, da cui la lingua di oggi è partita.
- EAlle stime sul numero di chi parlava italiano nel 1861.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: C
«Ne» vale «da ciò» e riprende non una parola, ma l'intero racconto fatto fin lì: le due conseguenze (una lingua non nata da un programma, e in parte rifatta da chi la usa) dipendono dall'insieme dei fenomeni descritti, non dal solo ultimo episodio. Riferire «ne» alle lezioni di Manzi, che sono la cosa nominata per ultima, è l'errore più facile; ma dalle sole lezioni non seguirebbe che l'italiano sia il frutto «di spostamenti, incontri e abitudini».
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18. Nel secondo capoverso, in quale rapporto sta l'espressione «pur essendo stato introdotto presto» con il resto della frase («rimase a lungo sulla carta»)?
- AIndica la causa per la quale il fatto principale si verifica.
- BIndica una circostanza nonostante la quale il fatto principale si verifica.
- CIndica il momento a partire dal quale il fatto principale si verifica.
- DIndica la condizione senza la quale il fatto principale non si verificherebbe.
- EIndica lo scopo in vista del quale il fatto principale si verifica.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: B
«Pur» seguito dal gerundio ha valore concessivo: equivale a «benché fosse stato introdotto presto». Dall'introduzione precoce dell'obbligo ci si aspetterebbe una scuola frequentata, e invece l'obbligo resta sulla carta: la principale afferma qualcosa che contrasta con l'attesa creata dalla subordinata. Senza «pur» il gerundio potrebbe avere valore causale, ed è per questo che la causa è il distrattore più insidioso; ma la precocità della legge non spiega affatto la sua mancata applicazione.
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19. Nel secondo capoverso si legge: «A fare dell'italiano una lingua parlata furono piuttosto fenomeni che con l'istruzione avevano poco a che vedere». Quale parola può sostituire «piuttosto» senza cambiare il senso?
- Aabbastanza
- Binoltre
- Cinvece
- Dperciò
- Etalvolta
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: C
Le frasi precedenti hanno limitato il ruolo della scuola («ma solo in parte»); «piuttosto» introduce ciò che va messo al suo posto, e vale dunque «invece». «Abbastanza» è il significato che la parola ha davanti a un aggettivo («piuttosto freddo»), ma qui non c'è nulla da graduare. «Inoltre» farebbe dei nuovi fenomeni una semplice aggiunta alla scuola, mentre il testo li presenta come la spiegazione principale.
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20. Nel secondo capoverso si legge che quelle persone «non si sarebbero capite senza un terreno comune». Che valore ha il condizionale passato?
- AIndica un fatto successivo a un altro, entrambi collocati nel passato.
- BRiferisce con riserva una notizia che l'autore non ha potuto verificare.
- CEsprime il rimpianto dell'autore per un'occasione andata perduta.
- DAttenua un'affermazione che altrimenti suonerebbe troppo recisa.
- EIndica ciò che sarebbe accaduto in una situazione che di fatto non si è data.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: E
«Senza un terreno comune» equivale a un «se»: se non ci fosse stato un terreno comune. La frase descrive dunque che cosa sarebbe successo in una situazione che non si è verificata, perché quel terreno, l'italiano, fu trovato: è il condizionale del periodo ipotetico dell'irrealtà. Il valore di «futuro nel passato», che lo stesso tempo ha in frasi come «disse che sarebbe venuto», è il distrattore più insidioso; ma qui il non capirsi non è un fatto avvenuto dopo, è un fatto che non è avvenuto.
Brano 5: Ricordare è ricostruire
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Anche nella simulazione 1
Brano: Ricordare è ricostruire
Siamo abituati a pensare alla memoria come a un archivio: un fatto accade, viene registrato e resta in deposito finché non lo andiamo a riprendere, magari un po' sbiadito ma identico a sé stesso. Buona parte della ricerca psicologica del Novecento ha smontato questa immagine. Ricordare non somiglia a rileggere un documento: somiglia piuttosto a riscriverlo ogni volta, partendo da pochi appunti.
Il primo a mostrarlo in modo sistematico fu lo psicologo inglese Frederic Bartlett. In un libro del 1932 riferì che cosa accadeva quando faceva leggere ai partecipanti ai suoi esperimenti, a Cambridge, un racconto dei nativi nordamericani, pieno di elementi estranei alla loro cultura, e chiedeva poi di ripeterlo a distanza di tempo. I resoconti non erano soltanto più brevi dell'originale: erano diversi in una direzione precisa. I particolari incomprensibili sparivano o venivano sostituiti da altri più familiari, e la vicenda acquistava una coerenza che in origine non aveva. I lettori, concluse Bartlett, non conservavano il racconto: lo ricostruivano servendosi di ciò che già sapevano del mondo.
Una quarantina d'anni dopo, la psicologa americana Elizabeth Loftus dimostrò che la ricostruzione può essere orientata dall'esterno. In un esperimento rimasto celebre, alcune persone guardavano il filmato di un incidente stradale e poi stimavano la velocità delle automobili; bastava che nella domanda comparisse un verbo più violento, «schiantarsi» invece di «urtarsi», perché le stime salissero. Una settimana più tardi, chi aveva ricevuto la domanda con il verbo forte dichiarava più spesso di aver visto vetri rotti, che nel filmato non c'erano. Un'informazione arrivata dopo l'evento era entrata nel ricordo senza lasciare traccia della propria provenienza.
Sarebbe però affrettato vedere in tutto questo un semplice difetto di fabbricazione. Un sistema che trattiene il senso generale delle esperienze e lascia cadere i dettagli è adatto a ciò che alla memoria si chiede più spesso: non rivivere il passato, ma orientarsi in situazioni nuove, che non ripetono mai esattamente le precedenti. Il prezzo di questa flessibilità si paga là dove l'esattezza è tutto, e in nessun luogo più che in un'aula di tribunale. Un testimone può essere perfettamente sincero e descrivere con ricchezza di particolari qualcosa che non è avvenuto; e la sicurezza con cui parla, che a chi ascolta sembra la migliore garanzia, non è di per sé una prova dell'esattezza di ciò che racconta.
21. Quale delle seguenti affermazioni riassume meglio la tesi del brano?
- ALa memoria è un archivio in cui i ricordi restano identici, anche se con il tempo sbiadiscono.
- BIl modo in cui si interroga un testimone può alterare la sua stima della velocità di un'auto.
- CRicordare significa ricostruire: un meccanismo utile per adattarsi, ma poco affidabile nei dettagli.
- DNel Novecento la psicologia ha cambiato molte idee tradizionali sul funzionamento della mente.
- ELe testimonianze andrebbero escluse dai processi, perché i testimoni ricordano sempre male.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: C
Il brano parte dall'immagine della memoria come archivio per smontarla (ricordare «somiglia piuttosto a riscriverlo ogni volta») e nell'ultimo capoverso valuta questa caratteristica: utile per orientarsi nel nuovo, costosa dove serve esattezza. L'opzione sulle domande ai testimoni è vera secondo il testo, ma riguarda un solo esperimento; quella sull'archivio è proprio l'idea che il brano respinge.
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Anche nella simulazione 1
Rileggi il brano22. Secondo il brano, in che modo cambiava il racconto nei resoconti dei lettori studiati da Bartlett?
- AI particolari estranei sparivano o diventavano familiari, e la vicenda risultava più coerente.
- BIl racconto si allungava, perché i lettori aggiungevano episodi tratti da altre storie.
- CI particolari andavano perduti a caso, senza che si potesse riconoscere una direzione.
- DIl racconto restava fedele all'originale, ma veniva riferito con parole più semplici.
- EGli elementi estranei erano ricordati meglio di tutti gli altri, proprio perché insoliti.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: A
Il secondo capoverso dice che «i particolari incomprensibili sparivano o venivano sostituiti da altri più familiari, e la vicenda acquistava una coerenza che in origine non aveva». Il testo precisa anche che i resoconti erano «diversi in una direzione precisa»: per questo è sbagliata l'opzione secondo cui i particolari si perdevano a caso, che pure può sembrare la più naturale.
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Anche nella simulazione 1
Rileggi il brano23. Quale delle seguenti conclusioni NON è autorizzata dal brano?
- AUn testimone del tutto sincero può riferire fatti che non sono mai avvenuti.
- BUn ricordo può contenere elementi che la persona ha appreso dopo l'evento.
- CIl modo in cui una domanda è formulata può influire sulla risposta che riceve.
- DPerdere i dettagli di un'esperienza non è soltanto un difetto della memoria.
- EQuanto più un testimone si mostra sicuro, tanto meno il suo racconto è esatto.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: E
Il brano afferma che la sicurezza del testimone «non è di per sé una prova» di esattezza: cioè che le due cose non vanno necessariamente insieme, non che l'una cresca al diminuire dell'altra. Le altre quattro conclusioni sono tutte sostenute dal testo: il testimone sincero che descrive ciò che non è avvenuto, i vetri rotti entrati nel ricordo dopo l'evento, il verbo della domanda che sposta le stime, la perdita dei dettagli come altra faccia di un sistema utile.
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Anche nella simulazione 1
Rileggi il brano24. Nell'ultimo capoverso, che cosa indica l'espressione «il prezzo di questa flessibilità»?
- ALo sforzo mentale che è necessario compiere ogni volta che si richiama un ricordo.
- BLa scarsa affidabilità della memoria quando occorre ricordare i fatti con esattezza.
- CIl costo economico degli errori giudiziari provocati dalle false testimonianze.
- DLa difficoltà di adattarsi alle situazioni nuove quando si ricorda troppo bene.
- ELa perdita progressiva dei ricordi più lontani, che accompagna l'invecchiamento.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: B
La «flessibilità» è la capacità, descritta nella frase precedente, di trattenere il senso generale lasciando cadere i dettagli; il suo «prezzo» è ciò che si perde in cambio, e il testo lo colloca «là dove l'esattezza è tutto». Il riferimento al tribunale può far pensare ai costi degli errori giudiziari, ma «prezzo» è qui una metafora per «svantaggio», non una somma di denaro.
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25. Qual è la funzione della frase «Sarebbe però affrettato vedere in tutto questo un semplice difetto di fabbricazione»?
- ARiassumere i risultati dei due esperimenti prima di passare a descriverne un terzo.
- BMettere in dubbio la correttezza con cui i due esperimenti descritti sono stati condotti.
- CFermare una conclusione che il lettore potrebbe trarre e introdurre una valutazione diversa.
- DAmmettere che gli psicologi non sanno ancora spiegare perché i ricordi si deformano.
- EConcludere che, nonostante le apparenze, i ricordi sono quasi sempre fedeli ai fatti.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: C
Dopo due capoversi sulle deformazioni del ricordo, il lettore è portato a pensare che la memoria funzioni male; la frase, con il suo «però», ferma questa conclusione e apre la spiegazione che segue, secondo cui quelle deformazioni sono legate a una funzione utile. Non mette in dubbio gli esperimenti, che anzi dà per acquisiti, né sostiene che i ricordi siano fedeli: ne cambia soltanto la valutazione.
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Anche nella simulazione 1
Rileggi il brano26. Nel terzo capoverso si legge: «bastava che nella domanda comparisse un verbo più violento» (seguono i due verbi messi a confronto) «perché le stime salissero». Che cosa introduce qui «perché»?
- ALa causa per cui nella domanda compariva un verbo più violento.
- BLa ragione per cui i partecipanti sbagliavano le loro stime.
- CLo scopo che i partecipanti si proponevano nel dare le stime.
- DL'effetto che la presenza di quel verbo bastava a produrre.
- ELa domanda che veniva rivolta a chi aveva visto il filmato.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: D
Dopo «bastare», come dopo «troppo» o «abbastanza», «perché» con il congiuntivo non indica una causa ma una conseguenza: la frase equivale a «bastava un verbo più violento a far salire le stime». Il verbo usato nella domanda è la condizione sufficiente, le stime più alte sono l'effetto. Chi dà a «perché» il suo valore più frequente, quello causale, rovescia il rapporto: non sono le stime a spiegare la scelta del verbo. Un «perché» causale, del resto, avrebbe l'indicativo.
Brano 6: La stella marina e l'arco
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Anche nella simulazione 1
Brano: La stella marina e l'arco
Sulle coste rocciose del Pacifico nordamericano, nella fascia che la marea copre e scopre ogni giorno, vive una comunità affollata: cozze, balani, patelle, alghe, e una grossa stella marina che preda molti di questi animali. Negli anni Sessanta l'ecologo Robert Paine scelse un tratto di quella costa e per alcuni anni fece una cosa semplicissima: staccò le stelle marine dagli scogli e le ributtò al largo, lasciando intatta, per confronto, una zona vicina.
Ci si poteva aspettare che, tolto di mezzo il predatore, le prede prosperassero tutte. Accadde il contrario. Nella zona senza stelle marine le cozze, che della stella erano il cibo preferito e che nella gara per lo spazio sulla roccia non hanno rivali, si allargarono fino a occupare quasi ogni superficie disponibile; molte delle altre specie, rimaste senza un posto dove attaccarsi, sparirono una dopo l'altra. Nel giro di pochi anni, delle specie che Paine aveva contato all'inizio su quella roccia restava circa la metà, mentre nella zona di confronto la comunità era rimasta com'era.
La spiegazione sta nel modo in cui il predatore agiva. Mangiando soprattutto il concorrente più forte, la stella marina apriva di continuo, nel tappeto di cozze, spazi liberi di cui approfittavano le specie più deboli. Non proteggeva nessuno di proposito, eppure da lei dipendeva che gli altri avessero un posto.
Per indicare organismi di questo genere Paine prese a prestito un termine dall'architettura: specie «chiave di volta», come la pietra al culmine di un arco, che non è né la più grande né la più pesante ma, se viene tolta, fa cadere tutte le altre. L'immagine dice l'essenziale. Il peso di una specie nella comunità in cui vive non si misura dal numero dei suoi individui: le stelle marine erano poche in confronto alle cozze, eppure la loro scomparsa bastò a trasformare l'intera scogliera.
Di qui un'avvertenza che vale ben oltre gli scogli. Per prevedere che cosa accadrà a un ecosistema quando una specie viene a mancare non basta contare quanti esemplari ne restano; occorre sapere che cosa quella specie fa e a chi. Ed è una conoscenza che spesso si acquista soltanto quando il danno è già visibile.
27. Quale affermazione esprime meglio l'idea centrale del brano?
- AIl peso di una specie in un ecosistema dipende da ciò che fa, non dal numero dei suoi individui.
- BQuando un predatore scompare da un ambiente, le specie di cui si nutriva aumentano tutte.
- CSulle coste del Pacifico le cozze prevalgono sulle altre specie nella gara per lo spazio.
- DOgni specie è ugualmente indispensabile all'equilibrio dell'ambiente in cui vive.
- ENello studio degli ecosistemi gli esperimenti sul campo valgono più delle teorie.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: A
Il quarto capoverso enuncia la tesi: «Il peso di una specie nella comunità in cui vive non si misura dal numero dei suoi individui», e l'ultimo la generalizza («occorre sapere che cosa quella specie fa e a chi»). L'esperimento di Paine ne è la dimostrazione. Dire che ogni specie è ugualmente indispensabile può sembrare vicino al testo, ma lo contraddice: il brano distingue appunto le specie da cui dipendono tutte le altre.
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28. Che cosa accadde, secondo il brano, nel tratto di costa da cui erano state tolte le stelle marine?
- ATutte le specie predate dalla stella marina aumentarono di numero in misura simile.
- BLe cozze diminuirono, perché altri predatori presero il posto della stella marina.
- CLa comunità rimase com'era, mentre cambiò quella della zona usata come confronto.
- DLe alghe ricoprirono gli scogli, impedendo alle cozze di attaccarsi alla roccia.
- ELe cozze occuparono quasi tutto lo spazio e delle specie contate all'inizio restò circa la metà.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: E
Il secondo capoverso racconta che le cozze «si allargarono fino a occupare quasi ogni superficie disponibile» e che, delle specie contate all'inizio, «restava circa la metà». L'aumento di tutte le prede era ciò che ci si poteva aspettare, ma il testo aggiunge subito: «Accadde il contrario».
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Anche nella simulazione 1
Rileggi il brano29. In base alla spiegazione data nel terzo capoverso, in quale caso la stella marina NON avrebbe favorito la varietà delle specie sulla scogliera?
- ASe le cozze fossero state il suo cibo preferito anche su altri tratti di costa.
- BSe avesse aperto spazi liberi nel tappeto di cozze ancora più spesso.
- CSe si fosse nutrita soprattutto delle specie più deboli nella gara per lo spazio.
- DSe le specie più deboli avessero occupato più in fretta gli spazi liberi.
- ESe la zona di confronto fosse stata più lontana dal tratto studiato.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: C
Secondo il brano la stella marina sosteneva la varietà perché mangiava «soprattutto il concorrente più forte», aprendo spazi per le specie più deboli. Se avesse colpito queste ultime, le cozze non avrebbero trovato freno e avrebbero occupato la roccia anche in sua presenza: l'effetto dipende da chi viene mangiato, non dal semplice fatto che un predatore ci sia. Le altre ipotesi lasciano intatto il meccanismo o lo rendono più efficace.
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Anche nella simulazione 1
Rileggi il brano30. Nel brano, l'espressione «chiave di volta» è usata per indicare una specie che:
- Aè la più grande e la più robusta fra tutte quelle della comunità.
- Bpur non essendo abbondante, regge l'equilibrio dell'intera comunità.
- Csi è insediata per prima nell'ambiente occupato dalla comunità.
- Doffre agli studiosi la soluzione di un problema rimasto aperto.
- Eprotegge di proposito le specie più deboli della comunità.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: B
Il brano spiega l'immagine: la chiave di volta è la pietra «che non è né la più grande né la più pesante ma, se viene tolta, fa cadere tutte le altre», e subito dopo ricorda che le stelle marine «erano poche in confronto alle cozze». Non è dunque la specie più grande o robusta; e la stella marina, precisa il testo, «non proteggeva nessuno di proposito».
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Anche nella simulazione 1
Rileggi il brano31. Qual è lo scopo dell'ultimo capoverso?
- ARiassumere le fasi dell'esperimento di Paine per chi non le avesse seguite.
- BRimproverare a Paine di aver danneggiato la scogliera su cui ha lavorato.
- CSostenere che gli ecosistemi sono troppo complessi per essere studiati.
- DRicavare dal caso una regola generale e avvertire che è difficile applicarla per tempo.
- EProporre di contare con maggiore precisione gli esemplari di ogni specie.
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: D
Il capoverso si apre con «Di qui un'avvertenza che vale ben oltre gli scogli»: dal caso particolare si passa a una regola (non basta contare gli esemplari, bisogna sapere che cosa una specie fa) e si aggiunge che questa conoscenza arriva spesso «quando il danno è già visibile». Non c'è alcun rimprovero a Paine, e il testo non dice che gli ecosistemi non si possano studiare: dice che è difficile prevedere.
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Anche nella simulazione 1
Rileggi il brano32. Nel quarto capoverso si legge: «Il peso di una specie nella comunità in cui vive non si misura dal numero dei suoi individui». Con quale parola si può sostituire «peso» senza cambiare il senso?
- Amassa
- Bonere
- Cingombro
- Dfastidio
- Eimportanza
Risposta e spiegazione
Risposta giusta: E
Qui «peso» è usato in senso figurato: indica quanto una specie conta per l'equilibrio della comunità, cioè la sua importanza, come conferma l'esempio che segue (poche stelle marine, la cui scomparsa trasforma la scogliera). «Massa» è il senso proprio della parola, a cui fa pensare la pietra «più pesante» nominata poco prima; ma il brano non si occupa di quanto pesano gli animali. «Onere» e «fastidio» corrispondono a un altro uso figurato (essere di peso a qualcuno), estraneo a questa frase.
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